Tokyo Alleys Blues

 

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Sono le due del mattino e, un po’ come mi piaceva fare a Londra, sto seduta a scrivere al tavolo della cucina, nel cuore della casa silenziosa.

Tokyo è come me la ricordavo e, dopo un paio di giorni di esplorazione, questo piccolo angolino di Shin-Okubo lo sto iniziando a sentire come casa.

Ci sono gatti appollaiati sui cancelli, e sotto le biciclette, e vicino ai distributori illuminati di Calpis.

C’è l’odore familiare della metropolitana.

Ci sono onigiri con gli ingredienti scritti in giapponese, così ogni volta ne pesco uno a caso e addento riso e alghe per scoprire il ripieno misterioso.

C’è matcha amaro in polvere venduto in bustine, pronto per la mia tazza da té.

C’è ramen istantaneo fumante, con le rotelline a ghirigori e le bacchette di legno ruvido.

Ci sono remoti labirinti di stradine con vecchie bici e giardinetti silenziosi e, poco più in là, le luci rutilanti e la folla di Shinjuku.

Ci sono, seminati per le strade, tombini decorati con alberi, petali e fiori.

C’è la ragnatela di cavi scombinati che corre lungo tutte le vie, aggrappata a pali e palazzi.

C’è una teiera che, quando bolle sul fuoco, anziché fischiare emette una melodia.

Ci sono gru di carta colorata da costruire.

La sera, nella stradina vuota verso casa, da una finestra illuminata vengono le note lente di qualcuno che suona lo shamisen. Per un po’, rimango ferma al buio ad ascoltarlo.

Inizio a stare meglio, credo.

 

 

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